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Ritorno da Gerusalemme. Quattro giorni di pellegrinaggio e venti di guerra (7-11 Ottobre 2023)

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Siamo tornati dopo quattro giorni passati in Israele, in questa terra “santa” per cristiani, ebrei e mussulmani. Siamo tornati sereni e stanchi, nonostante la guerra in corso. Perché la guerra c’era. Noi non l’abbiamo vista, non nei suoi aspetti più crudi e violenti. Ma c’era. Si sentiva nell’aria, al passaggio dei caccia da guerra nel cielo, nelle strade deserte di Gerusalemme, nelle visite ai santuari dove non c’erano le consuete interminabili file prima di entrare.

Abbiamo visitato i luoghi santi in Galilea, al nord, lontano dal teatro di guerra, a Nazaret, sul monte Tabor, a Cafarnao, sul lago di Tiberiade, sul monte delle Beatitudini, dove la vita scorreva, tutto sommato, normale. Ci siamo mossi sempre consapevoli della situazione, decidendo di volta in volta il passo successivo, e sempre nella libertà di ognuno di vivere il pellegrinaggio come scelta personale e responsabile.

Non abbiamo incontrato alcun tipo di difficoltà e questo ci ha aiutato, consapevoli che un solo episodio difficile avrebbe potuto cambiare completamente le cose, ma ci siamo mossi sempre con grande prudenza e attenzione.

Da casa, invece, le immagini delle azioni bestiali, di una ferocia e crudeltà indicibili annullavano la percezione della geografia, per cui Nazaret e Gaza sembravano vicine, e amplificando l’ansia e la paura rendevano tutti partecipi, come in un immenso reality show in diretta, di un dramma dove noi pellegrini eravamo inconsapevoli attori non protagonisti. 

Certo la Provvidenza ci ha assistiti, insieme alla professionalità della nostra agenzia di viaggio che ci ha seguiti durante tutto il tempo, e alla saggezza della nostra guida locale, Salim, e grazie anche all’interessamento della nostra ambasciata a Gerusalemme e del sottosegretario agli esteri.

Ci ha aiutato molto anche l’atteggiamento interiore con cui siamo venuti nella terra dove il Signore Gesù ha vissuto, è morto ed è risorto. Essere pellegrini significa riconoscere che la vita è sempre un viaggio, che ha un inizio e una fine, e che la continuità tra il prima e il dopo, tra la morte e la resurrezione è lo Spirito. Quando si ha presente questo si diventa attenti alla voce dello Spirito che dentro, sempre, ci guida, e allora come Maria, la madre del Signore, ci si lascia guidare da Lui.

Ci ha aiutato rendersi conto, via via che visitavamo i luoghi santi e riascoltavano i passi del vangelo che lì erano accaduti, che la Chiesa raramente ha avuto pace nella storia, certamente non nei suoi inizi, e che nelle difficoltà di ogni genere, se ci si fida di Dio e non ci fa dominare dalla paura, viene fuori il meglio della nostra umanità; anche grazie ai “pastori” che davanti al gregge lo guidano aprendo la strada, o che da dietro lo spingono nei momenti difficili dando fiducia; esattamente come fece Pietro con la Chiesa degli albori, e come devono fare i pastori per la Chiesa di oggi.

Ci ha aiutato vedere un popolo che, nonostante la situazione, continua a vivere, ad andare avanti. Perché si vive anche in tempi di guerra; non si può altro che continuare a vivere. E quando la guerra è un orizzonte sempre possibile, e la precarietà un’esperienza quotidiana, o si reagisce e si vive, o si muore prima di aver vissuto anche quello che si poteva vivere.

Sia chiaro. Siamo fatti per la pace, non per la guerra; per la felicità, non per la tristezza; per l’amore non per l’odio. Ma quando il male sembra avere il sopravvento, dobbiamo pregare per avere la forza di reagire come il Signore Gesù nel Getsemani, dicendo: «sia fatta la tua volontà», cioè, aiutaci a vivere con amore ogni momento della vita, anche quelli tragici della guerra, della fame, dell’ingiustizia.  

Perché è quell’amore che crea la possibilità di un futuro diverso, di vita e di resurrezione, di pace e di giustizia.

Allora anche se non abbiamo potuto fare, materialmente, tutto il pellegrinaggio come lo avevamo pensato, ne abbiamo fatto uno ben più importante, quello che nello Spirito ci ha aiutato a maturare un modo diverso di pensare e di vivere la vita.

Soprattutto però torniamo con una grande ansia per la pace.

Noi pellegrini abbiamo provato il brivido della paura solo una volta, quando un allarme antimissile ci ha costretto a correre al riparo nell’aeroporto di Tel Aviv, poco prima dell’imbarco sull’aereo. È durato pochissimo, ma è stato sufficiente per farci immaginare quello che sperimenta chi, in Israele, vive costantemente in questa paura, o chi di là dal muro, a Gaza, una città di oltre due milioni di abitanti, vive sotto il rombo dei cannoni e delle bombe dei caccia, senza possibilità di fuga, e ora, in questa guerra, anche senza acqua, luce e gas.

I bambini che muoiono, gli innocenti, sono sempre tali da una parte o dall’altra del muro. E il loro grido di dolore sale uguale a Dio in ogni lingua.

I fatti di questi giorni che hanno dato inizio a questa nuova guerra sono di una atrocità inenarrabile, di una bestialità demoniaca. Non ci sono giustificazioni a tale orrore, ci sono però cause, e queste vanno conosciute e risolte o non ci sarà fine a questo orrore, ma solo tempi di pausa prima di un nuova recrudescenza.

Tutti hanno diritto alla difesa, alla vita in sicurezza, alla pace, ad una giustizia dignitosa. Israeliani e Palestinesi. Ma queste non verranno se a parlare saranno sempre e solo le armi e se la comunità internazionale non farà la sua parte.

Noi preghiamo per quel giorno, quello in cui le parti torneranno ad ascoltarsi, quello in cui come ci ricordava il profeta Isaia: «Il lupo dimorerà insieme all’agnello, […] il lattante giocherà sulla buca della vipera» (Is 11,6-8).

Non è facile oggi coltivare questa speranza, con negli occhi l’orrore delle stragi terribili e vergognose che abbiamo visto, ma dobbiamo continuare a pregare, a sperare, a lavorare per la pace, ognuno secondo le sue possibilità e responsabilità. Non ci sono altre strade praticabili, se non quella di una pace giusta e duratura.

Cristiano D’Angelo