Positivo

di Cristina Bianchi,
Cronache dalla Corsia: ammalarsi di covid19 e guarire.

Positivo, il tampone è positivo. Meno male. Il sospetto era caduto sul tumore al polmone. Mi faccio due conti: la febbre è andata via da una decina di giorni e non è mai andata oltre 37,4; la tosse c’è ma non particolarmente fastidiosa. Era Covid e non lo sapevo, non c’erano i parametri, nessun altro sintomo. Me la sono cavata con poco.

Le telefonate con il medico di base si susseguono, poi arriva la notizia: Preparati, stanno venendo a prenderti con l’ambulanza. L’infettivologo vuole farti degli esami. Stai tranquilla, vedrai che torni a casa stasera.

Preparo un cambio e il necessaire per la toeletta, non si sa mai. Lo faccio sempre anche quando vado al controllo a Bologna e che sollievo riportare finora la borsa indietro!

Arriva l’ambulanza “dedicata”, il volontario si veste lì dentro e mi dice che salirà. Lo vedo uscire con la tuta bianca, la mascherina, la visiera, il cappuccio calzato, doppi guanti e la cartellina, che non appoggerà da nessuna parte. La mia casa è infetta, io sono infetta.

Poche formalità, prendo la borsa, mando un bacio a Fabio che ha gli occhi lucidi. Immagino che in quel momento gli saranno passate le immagini viste alla tv. Io sorrido dietro la mascherina, ma sta salendo l’ansia.

Nel breve viaggio fino al San Jacopo scambiamo qualche frase con il mio accompagnatore, poi entriamo in un garage vuoto. Il portellone si chiude alle mie spalle. Non scenda. Arriva un’infermiera, anche lei completamente coperta, mi misura la febbre. Non scenda.

Entro nel Pronto Soccorso Covid solo quando il corridoio si è svuotato. Mi fanno entrare in una stanza. Iniziano i prelievi. Il venoso va liscio, un po’ meno l’arterioso, con l’ago che trafigge il polso. Dolore sopportabile, l’ansia aumenta.

Elettrocardiogramma, pressione, saturazione. Tutto bene.

Passa il tempo. Portano la merenda, poi la cena. Chiedo ad un’infermiera quando mi rimandano a casa. Lei mi guarda e dice che sentirà. Dopo un po’ arrivano due dottoresse. Mi dicono che ho superato la prima fase, ma la polmonite deve essere curata e sotto monitoraggio perché il peggio potrebbe arrivare proprio adesso. Mi sento sprofondare. Come? C’è ancora rischio? Sì.

Mi vengono a prendere con la sedia a rotelle, dobbiamo andare al secondo piano, in Week Surgery Covid; siamo scortate da due guardie giurate. I corridoi che attraversiamo sono vuoti, silenti.

Arrivo in reparto, mi dicono di entrare in camera e la porta si chiude prima che io possa ringraziare le due OSS che mi hanno portato fin qui. Da quel momento per me la porta si riaprirà solo al momento della dimissione.

Si ripetono tutti gli esami, mi metto il pigiama. Penso che magari tra un paio di giorni torno a casa, in fondo mi sento bene. Ci starò una settimana.

Ho una compagna di stanza. Mi sorride ma non parla. Meglio, anch’io non ho molta voglia di chiacchierare. I nostri letti sono distanti più di due metri.

In questo pomeriggio domenicale ho chiamato Fabio più volte, per metterlo al corrente di quello che via via succedeva. Fin dall’inizio di questa pandemia il mio/nostro terrore più grande era di essere separati senza potersi parlare, vedere. Durante questa degenza siamo stati sempre in contatto e la tecnologia ci ha aiutato a non smarrirci più di quanto il mio ricovero e la sua quarantena abbiano provocato dentro di noi.

Una notte gli ho mandato la lista di cose di cui avevo bisogno, anche lui era sveglio e le ha preparate subito; la mattina dopo un amico le ha portate alla Portineria dell’ospedale. Le hanno chiuse in un saccone nero dei rifiuti e un’infermiera me le ha consegnate. Sono un’appestata, ma probabilmente non un’untrice. Tutte le accortezze che ho adottato per non essere contagiata non hanno creato le condizioni per far circolare il virus. Ero a casa, in lavoro agile dal 10 marzo, non sono mai uscita se non nel mio giardino, sempre guanti e mani pulite, mascherina e distanze. La tosse e la febbre sono esplose in due ore il 27 marzo.

Ma allora dove ho preso il virus? I quattordici giorni di incubazione sono indicativi, potrebbe essersi infettata anche un mese, un mese e mezzo prima. Non possiamo dirlo con certezza, mi spiega il medico.

Impossibile risalire ad un unico contatto “sospetto”. Sono preoccupata per Fabio. Se lo avessi contagiato, nessuno potrebbe entrare in casa per aiutarlo se si sentisse male. Abbiamo tanti amici che possono farci la spesa o fare commissioni, ma nessun parente in grado di darci una mano. Come sempre, siamo soli, io e lui, di fronte alle difficoltà. Piango per la paura, per l’incertezza dell’oggi e del domani, per quello che potrebbe succedere ancora.

Gli amici e i colleghi chiamano, mandano messaggi. Il telefono diventa il ponte verso l’esterno, la finestra virtuale attraverso cui mantenere i contatti con la tua vita.

I giorni passano con il ripetersi degli esami, la terapia. I medici, gli infermieri, le OSS, le signore delle pulizie sono gentili e molto professionali. Vedo solo i loro occhi, che esprimono umanità, comprensione per i miei vacillamenti; mi scrutano, cercando di capire se c’è un qualche sintomo di un eventuale aggravamento o reazione ai farmaci; hanno mille accortezze e portano allegria e leggerezza ogni volta che entrano nella stanza. I loro nomi sono scritti sulle visiere, unico indizio di distinzione, che limita la visione periferica, così come i doppi guanti rendono difficile l’individuazione della vena giusta per il prelievo, eppure ci riescono sempre! Le loro voci sono ovattate dalla mascherina e hanno caldo, tanto, sotto la doppia tuta. Il secondo paio di guanti e il camice vengono indossati e poi buttati dopo la visita in ogni camera. Tutti i dispositivi, anche il telecomando, sono rivestiti di pellicola plastica trasparente, per facilitarne la sanificazione. Quanto deve essere impegnativo, eppure non lo danno a vedere! Sarò loro grata per sempre.

Con la mia compagna scambiamo qualche parola. Sul viso e sulla nuca porta i segni dell’intubazione e dell’allettamento. Suo marito è ancora “laggiù”, in terapia intensiva, da più di un mese. Sono arrivati insieme, poi i percorsi si sono divisi. Nel letto e quando la mettono di peso sulla sedia muove le gambe in continuazione. Vuole tonificare i muscoli per tornare a camminare prima possibile. Ci riesce, il giorno prima che mi dimettano, quando esce dal nostro covo appoggiata al braccio dell’infermiera mentre tutti l’applaudono nel corridoio per salutarla. Mi commuovo. Con il pensiero e nella preghiera non smetto di chiedere che possa tornare presto con suo marito nella loro casa per continuare a condividere la vecchiaia in serenità.

Poi arriva il mio turno. Due tamponi negativi consecutivi, anche Fabio è negativo. Posso tornare finalmente a casa, ma non posso ancora dormire con lui, né abbracciarlo, fargli una carezza. Potrebbe esserci un residuo di carica virale. Dobbiamo essere prudenti.

Mi hanno detto di riposare, ma appena metto piede in casa, comincio subito a sanificare tutto, fare lavatrici, tendere i panni al sole e al vento, che sento sul mio viso dopo tutti questi giorni. Poi mi siedo, esausta.

Ci ho messo un po’ a convincermi di essere malata e ora devo prendere coscienza di essere guarita, sicuramente, forse, chissà.

In tutte le prove che ho superato, non ho mai pensato Perchè a me?

Perchè a me no? dico io, invece. Tutto ciò che di bello o di brutto ho sperimentato hanno fatto di me quella che sono oggi, una donna di 55 anni consapevole dei suoi limiti, ma anche dei suoi pregi; una persona che non perde mai il contatto con il Signore, che talvolta lo prega male, ma non si dimentica di ringraziare.


Autore: Cristiano D'angelo

Cristiano D'angelo

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