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FRATELLI TUTTI

di Mauro Banchini

Un umile apporto alla riflessione affinché, di fronte a diversi modi attuali di eliminare o ignorare gli altri, siamo in grado di reagire con un nuovo sogno di fraternità e di amicizia sociale che non si limiti alle parole”. Così Francesco introduce questa sua nuova enciclica sociale prendendo a prestito, per il titolo, due parole del Santo di Assisi. Per spiegare che intende rivolgersi a “tutti i fratelli e le sorelle”, comprese “tutte le persone di buona volontà”, con l’obiettivo di “proporre una forma di vita dal sapore di Vangelo”.

Un testo lungo, del quale ho subito apprezzato la semplicità della scrittura nonché l’efficacia con cui può arrivare nei cuori. Una enciclica “sulla fraternità e sulla amicizia sociale” che prende origine dalla visita di San Francesco al Sultano in Egitto per attualizzarsi con l’incontro, 800 anni dopo, di da papa Bergoglio con il Grande Imam ad Abu Dhabi.

Una “fraternità aperta” che può e dovrebbe orientarci all’incontro con chi ci è “prossimo” evitando “ogni forma di aggressione o contesa” perché fu Francesco di Assisi, andando tra “gli infedeli” a chiedere ai suoi frati di non fare “liti o dispute” ma di essere “soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio”.

Sappiamo quanto un simile approccio sia criticato dagli intolleranti che stanno anche fra noi, così come sappiamo cosa possa accadere di tragico quando qualcuno, nel nome del suo dio, pensa di poterne dimostrare la forza uccidendo innocenti.

Sappiamo quanto l’approccio di Papa Francesco sia contestato, fuori ma purtroppo anche dentro la Chiesa. E intuiamo perché da quando è salito sul soglio di Pietro questo pontefice termini ogni discorso chiedendo di pregare per lui.

Assistiamo con tremore e sdegno a scandali e ruberie, contrapposizioni e lotte che, se non credessimo nella potenza dello Spirito, dovremmo pensare funzionali al crollo della stessa Chiesa.

Pare debole, a qualcuno, un Papa che ricorda come Francesco “non faceva guerra dialettica imponendo dottrine, ma comunicava l’amore di Dio”. Pare perfino “comunista” (sic) un Papa che ricorda come (allora, ai tempi di San Francesco, ma pure oggi anche se in modalità diverse) “in quel mondo pieno di torri di guardia e di mura difensive, le città vivevano guerre sanguinose tra famiglie potenti, mentre crescevano le zone miserabili delle periferie escluse”.

Pare illogico, perdente, citare lo stile di Francesco d’Assisi che “ricevette dentro di sé la pace vera, si liberò da ogni desiderio di dominio dagli altri, si fece uno degli ultimi e cercò di vivere in armonia con tutti”.

Parrà, ciò, una bestemmia ai tanti detrattori di Papa Francesco, eppure è solo Vangelo. E il “sogno” a cui ci chiamano i due Francesco sulla scia del “sogno” indicato con l’altra enciclica sociale, quella sul Creato, è ciascuno di noi, cattolici non solo per finta, a doverlo prendere come meta di un viaggio certo pieno di fatiche ma comunque entusiasmante.

Sono 8 i capitoli. Francesco si sofferma su “alcune tendenze del mondo attuale che ostacolano lo sviluppo della fraternità universale”, rilegge il Buon Samaritano, ci invita a “pensare e generare un mondo aperto perché non c’è vita dove si ha la pretesa di appartenere solo a sé stessi e di vivere come isole”, ci aiuta a ragionare sulle sfide, grandi e complesse, del mondo in cui viviamo sia esso locale che globale.

Poi c’è un capitolo, il quinto, dedicato alla “migliore politica”. L’ho letto per primo trovando ossigeno puro ad esempio sulla distanza fra una politica “popolare” e una “populista”. Tre i capitoli finali: sul dialogo, sulla pace, sulle religioni.

Mi chiedo cosa possiamo fare, in una parrocchia in tempo di Covid-19, davanti all’enciclica. Tre spunti.

Innanzi tutto leggerla, da soli, nella sua interezza. Male poi non farebbe sfruttare il distanziamento di questa pandemia per forme alternative di lettura a distanza. Penso, ma è solo buttato là, ad un reading collettivo: ad esempio una cinquantina fra noi – coordinati – che si prendono l’impegno di leggere quattro o cinque brani ciascuno in rapidi video whatsapp (trenta/quaranta secondi l’uno) da unire tutti insieme, in un cammino comune fatto di volti e di voci diverse.

In secondo luogo tentare di accompagnarla, magari per grandi tematiche, dalla visione – ciascuno in casa sua – di film, docu, video, clip adeguate. Oggi c’è scarsa abitudine a leggere e molti hanno difficoltà nel capire testi appena più complessi di un tweet. Forse il linguaggio delle immagini potrebbe essere d’aiuto.

E infine, quando potremo ritrovarci insieme senza paure, organizzare approfondimenti, con esperti, sui singoli capitoli della “Fratelli” e su come utilizzare, in un mondo nel quale l’unico pensiero organico ma inadeguato pare il neoliberismo, il grande patrimonio della nostra dottrina sociale. Per ripartire dopo la pandemia (“tutti fragili e disorientati”) consapevoli che mai si potrà essere “sani” in un mondo “malato”.

Autore: Cristiano D'angelo

Cristiano D'angelo

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