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Lavorare al supermercato. Coronavirus, paure e generosità.

Un’addetta al supermercato

Da quasi 20 anni lavoro nella grande distribuzione alimentare in un supermercato. Ho un marito, tre figli e ho 47 anni. Sono addetta agli ordini e al rifornimento della merce sugli scaffali e talvolta lavoro anche come cassiera.

Alla fine del mese di Febbraio pensavo che il coronavirus fosse una semplice influenza e quando cominciarono i primi acquisti compulsivi e isterici, non capivo il comportamento di un certo numero di clienti. Poi, quasi da un giorno ad un altro, ci siamo trovati nel bel mezzo di una pandemia ed a comportarci quasi come fossimo in tempo di guerra con i supermercati presi d’assalto e noi addetti ai lavori, costretti a turni massacranti per poter rifornire gli scaffali e fare in modo che la gente potesse trovare farina, pasta, riso.

All’inizio di Marzo non è stato per niente facile. Siamo stati per diversi giorni senza quelle adeguate protezioni che adesso sono entrate nella routine del lavoro. La mascherina per esempio era percepita da molti come un’esagerazione e causa di stress. E se da una parte i responsabili pretendevano velocità, precisione e instancabilità, dall’altra i clienti si lamentavano della mancanza della merce senza che indossassero alcun dispositivo protettivo e senza mantenere una distanza appropriata alla situazione.

In realtà in quel momento eravamo tutti inconsapevoli, storditi e scaraventati in una situazione a noi sconosciuta.

Ogni mattina alle cinque, al momento di vestirmi per andare a lavorare, era durissimo prepararmi con mascherina e guanti in lattice e lasciare a casa tre figli ed il marito, sperando di non ammalarmi o di portare la malattia dentro casa.

Diversi miei colleghi si sono messi in malattia preventiva per paura o per altre situazioni di difficoltà a casa.

Io ho continuato per senso di responsabilità e dovere ed ho vissuto tutto questo come fosse una “missione”.

Passavano i giorni e purtroppo i clienti continuavano ad avvicinarsi e a non usare mascherine e guanti ed allora ho veramente avuto tanta paura ad andare a lavorare.

Solo ad Aprile ho visto finalmente le persone cominciare ad adeguarsi alla situazione e a rispettare le distanze, chiedendo per esempio il permesso di prendere un articolo dove stiamo rifornendo senza venirci addosso. Abbiamo dovuto imparare a relazionarci con le mascherine che coprono una parte importante del nostro viso e che creano un disagio relazionale e visivo.

Una cosa però non è mancata mai da quando tutto questo ha avuto inizio, ed è la solidarietà.

Ho visto davvero tante persone donare tutti i punti della loro tessera fedeltà a questa emergenza, oppure comprare beni di prima necessità per il carrello della “spesa solidale” da destinare alle persone in difficoltà. Questo è ciò che voglio ricordare di questo periodo, anche se ancora non finito.

Desidero fare una richiesta a tutti voi che avete letto questa testimonianza. Vi chiedo per favore, quando fate la spesa, di usare i guanti anche se non sono obbligatori come la mascherina, e di rispettare le distanze anche con noi addetti ai lavori e se non ci relazioniamo con voi come vorreste è perché anche noi abbiamo paura.

Autore: Cristiano D'angelo

Cristiano D'angelo

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