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Le medicine curano il corpo, l’amore cura lo spirito e la mente.


Testimonianza di una nostra parrocchiana infermiera in ospedale.

di Alessandra M.

Dopo diversi anni di concorsi per riuscire ad entrare in ospedale, mai avrei pensato di trovarmi a prendere servizio in 7 giorni per questa emergenza sanitaria. In un secondo si spostano tutti gli equilibri che pensavi di avere e le certezze vacillano.

È così che mi sono ritrovata assegnata ad un reparto COVID, non sai quello che ti aspetta, oltre al timore di trovarsi faccia a faccia con questo nemico invisibile, c’è anche la preoccupazione di essere catapultata in un ambiente di lavoro totalmente nuovo conscia del fatto che devi imparare tante cose nel minor tempo possibile, per essere di aiuto ai tuoi colleghi che sono li da più tempo, che sono stanchi, stressati e impauriti ma che non perdono la voglia di sorridere e di continuare il loro lavoro con professionalità e dedizione. Allora ti fai coraggio e impari a lavorare con indosso “l’armatura” come i prodi cavalieri.

La prima volta che sono entrata in una stanza con i pazienti, come per una strana magia ogni timore, pensiero o dubbio è scomparso e in quel momento esisteva solo lui o lei e te. Una delle prime cose che si notano a parte la preoccupazione per la loro salute, è la grandissima voglia che hanno di parlare con qualcuno, perché la solitudine è tanta e le uniche cose che incontrano sono i tuoi occhi e il suono della tua voce.

Per quante esperienze puoi aver acquisito, nel fare prelievi, terapie ecc. , ti rendi conto che la comunicazione in questo caso la fa da padrone, perché ogni più piccolo gesto che fai, dalla torta di compleanno, alla videochiamata ad un familiare, ad un pezzetto di cioccolata per Pasqua, assume un significato enorme; perché se le medicine curano il corpo, l’amore cura lo spirito e la mente e quando tutti e tre insieme stanno bene fanno miracoli e anche quello che sembrava impossibile diventa possibile.

E alla fine arriva il momento più emozionante quando alla persona viene comunicato che verrà dimessa che potrà tornare a casa, che potrà tornare a sentire il calore del sole o il soffio del vento e tra gli applausi di tutti noi operatori (perché i veri guerrieri sono i pazienti) varcano quella soglia e percorrono il corridoio verso l’uscita, verso la vita, piangendo.

Mi sento di aggiungere infine che anche se tutte queste restrizioni che ci sono state imposte sono difficili e sembra di non vedere mai la fine, non perdete la speranza, restate a casa per rispetto verso voi stessi, verso le persone che amate e per rispetto verso quelle persone che sono in ospedale non possono affacciarsi al balcone a prendere il sole o sorridere ai propri cari.

Alessandra M., infermiera all’ospedale di Pistoia

Autore: Cristiano D'angelo

Cristiano D'angelo

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