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Quale Liberazione? Quale Ricostruzione? Quale Speranza?

QUALE LIBERAZIONE? QUALE RICOSTRUZIONE? QUALE SPERANZA?

di Mauro Banchini


C’è poco da stare sereni nell’inferno di Auschwitz.

Anche oggi, a distanza di 75 dalla sua liberazione, lì avverti il fetore della morte. Ma esiste un luogo, sotto la terra di questo “campo”, che riuscì a turbarmi come e forse più di altre immagini, terribili, appena viste. Accanto alla baracca dove Josef Mengele si dilettava nei suoi disumani esperimenti ce n’è un’altra.

Qui si scendono, al buio, pochi gradini e ci si trova davanti a un cero sempre illuminato (presumo sia ancora così: la mia visita risale a una dozzina di anni fa). Una luce che ricorda il luogo dove sorella morte, in un campo di morte, raggiunse un francescano polacco di nome Massimiliano.

La storia è nota (il frate si era offerto in cambio di un condannato e, rinchiuso nel bunker, venne ucciso dai nazisti dopo settimane di fame e di stenti. Le sue ultime parole furono “Ave, Maria”): padre Massimiliano Kolbe (1894-1941) è stato proclamato santo, ma l’unico modo per capire sul serio la sua santità è scendere quei gradini, lasciarsi perdere nel buio, trovare la luce di quel cero sempre acceso.

Nella settimana che segue la domenica in Albis, quest’anno il sabato italiano è segnato in rosso. Sarebbe festa. Festa non solo della Liberazione dal nazifascismo ma anche testimonianza che dopo una tragedia c’è sempre la luce. Nel caso della nostra storia civile é la luce della Costituzione e della Ricostruzione. E il sacrificio di padre Kolbe a me rappresenta bene questo passaggio. “Lei non ha capito nulla della vita – disse il francescano innamorato di Maria al suo carnefice – l’odio non serve a niente. Solo l’amore crea”.

C’è poi un’altra figura non sono mai riuscito a dimenticare. Anche lui legato a un campo di sterminio. Si chiamava Teresio Olivelli (1916-1945). Era nato in un paese splendido, al centro del lago di Como, Bellagio, dove tanti anni fa provai una strana sensazione di pace entrando nella chiesa che lui aveva frequentato da piccolo.

Devo a un vecchio amico, che nella Firenze del dopoguerra fu consigliere con Giorgio La Pira sindaco, devo a questo amico uno dei regali più belli: un semplice quadro in legno e bronzo. Poverissimo. Ma riporta la preghiera per cui questo militare (medaglia d’oro) poi diventato partigiano è rimasto famoso. Quel quadro, donato durante il mio primo lavoro, l’ho sempre portato dietro in tutti i successivi spostamenti: mettendolo sempre dietro la scrivania, con un altro disegno: quello che raffigura il dolce sorriso di Giorgio La Pira.

Da due anni il ribelle Teresio è “beato”. Non è difficile, al tempo della Rete, trovare la sua storia, sapere quanto dovette soffrire, sapere che trovò la morte per la sua cristiana volontà di aiutare altri.

Anche con lui – il giovane cristiano che ebbe il coraggio di fare la scelta giusta, di capire come la “ribellione” fosse lo strumento per consentire la rinascita – l’oscurità della violenza e della ingiustizia, della brutalità e della sopraffazione, trova una luce capace di “moltiplicare le forze” dei più deboli.

Leggetela, per favore, la preghiera del ribelle: mandatela a mente! Fatela leggere, in questi giorni di isolamento, ai vostri ragazzi.

Immersi buio di una pandemia, spaventati per ciò che potrà accadere dopo, le due storie che parlano di luce dalla oscurità possono, forse, essere d’aiuto nei giorni che ricordano quanto di drammatico, ma anche di illuminante, accadeva in Italia e in Europa 75 anni fa.

La Preghiera del Ribelle
(di Teresio Olivelli)

Signore, che fra gli uomini drizzasti la Tua Croce

segno di contraddizione,
che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito

contro le perfidie e gli interessi dominanti, la sordità inerte della massa,
a noi, oppressi da un giogo numeroso e crudele

che in noi e prima di noi ha calpestato Te fonte di libera vita,
dà la forza della ribellione.

Dio che sei Verità e Libertà, facci liberi e intensi:
alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà,

moltiplica le nostre forze, vestici della Tua armatura.

Noi ti preghiamo, Signore.

Tu che fosti respinto, vituperato, tradito, perseguitato, crocifisso,

nell’ora delle tenebre ci sostenti la Tua vittoria:

sii nell’indigenza viatico, nel pericolo sostegno, conforto nell’amarezza.

Quanto piú s’addensa e incupisce l’avversario, facci limpidi e diritti.

Nella tortura serra le nostre labbra.

Spezzaci, non lasciarci piegare.

Se cadremo fa’ che il nostro sangue si unisca al Tuo innocente

e a quello dei nostri Morti a crescere al mondo giustizia e carità.

Tu che dicesti: “Io sono la resurrezione e la vita

rendi nel dolore all’Italia una vita generosa e severa.

Liberaci dalla tentazione degli affetti:

veglia Tu sulle nostre famiglie.

Sui monti ventosi e nelle catacombe della città,

dal fondo delle prigioni, noi Ti preghiamo:

sia in noi la pace che Tu solo sai dare.

Signore della pace e degli eserciti,

Signore che porti la spada e la gioia,

ascolta la preghiera di noi ribelli per amore.

Autore: Cristiano D'angelo

Cristiano D'angelo

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